Garibaldi, 150 anni fa
l’ingresso a Napoli

Il 7 settembre 1860 il Generale arriva nella capitale borbonica salutato da ali di folla esultante. Tra convegni e cineforum, cinque mesi di iniziative per festeggiare l’Unità d’Italia

Garibaldi, 150 anni fa l'ingresso a Napoli

Nei loro elementi essenziali, l´arrivo di Garibaldi a Napoli e l´ingresso in città, il 7 settembre 1860, sono ben noti. A tappe forzate, proveniente dalla Calabria, giunge a Salerno nel pomeriggio inoltrato del 6 settembre, accolto da entusiasmo incontenibile. Da segnalare, la quasi concomitante partenza da Napoli, alla volta di Gaeta, del re Francesco II di Borbone (“Franceschiello”).

Il Generale è accompagnato da poche persone, e comunque il grosso delle sue forze è ancora impegnato nelle regioni meridionali. All´alba del giorno 7, è già in piena attività; riceve una delegazione e si appresta a ripartire, questa volta per un primo tratto in carrozza e quindi su un treno speciale che lo conduce «nella bella Partenope». Nelle stazioni e località attraversate dal convoglio prima di arrestarsi a Porta Nolana, ancora scene di folle festanti. In città, le autorità (Liborio Romano, in testa) si preoccupano soprattutto di creare un clima disteso, e lo stesso Garibaldi si è premunito facendo diffondere un manifesto-appello dai toni più che concilianti. Una volta in città, il resto della giornata fatidica è impegnato nell´attraversamento di Napoli, lungo via Marina, costeggiando il Carmine, lambendo il Maschio Angioino, il Largo di Palazzo Reale (con breve discorso); quindi, il trionfo per Toledo fino a Palazzo d´Angri, dove è riunita una moltitudine di napoletani: si vedono tantissimi ritratti del Generale sollevati in segno di giubilo e devozione. Non è mancata la sosta al Duomo, per il rituale “Te Deum” di ringraziamento. Dalla guarnigione borbonica, nessun segno di particolare allarme o di ostilità, neppure dal folto presidio dislocato nel forte di Sant´Elmo.

Il Generale trascorre la sera e la notte al Palazzo, stanco e bisognoso di meritato riposo. Nel pomeriggio seguente (8 settembre) si concederà alla folla: stavolta, attraversando, in parata, la Riviera di Chiaia, diretto alla chiesa di Piedigrotta, per la tradizionale festa in onore della Madonna. Non c´è che dire: per la città, anche una straordinaria, emozionante Piedigrotta questa del 1860!
Fin qui, i nudi fatti, per così dire; è però necessario chiarire che Napoli è il crocevia, militare e ancor più politico, della spedizione di Garibaldi e del futuro immediato del processo unitario italiano, secondo il piano di Cavour oppure nella direzione (conquista di Roma e Venezia in quadro di accentuata democrazia) garibaldina. Sotto il profilo personale e psicologico, difficile, se non impossibile, sapere e riferire ciò che davvero passava al momento nella mente e nel cuore dell´Uomo dalle “cento vite in una”- secondo la definizione di Nino D´Ambra – e comunque capace ogni volta di provare nuove intense emozioni e impulsi profondi e, insieme, irruenti. Ma qualcosa possiamo apprendere dalle sue “Memorie autobiografiche”, pur con la tara necessaria da fare a quanto di sé dice un protagonista avvezzo a vivere costruendo il proprio mito, ad uso dei posteri.

Così, seguiamone il racconto: «L´ingresso nella grande capitale ha più del portentoso, che della realtà. Accompagnato da pochi aiutanti, io passai frammezzo alle truppe borboniche ancora padrone, le quali mi presentavano l´armi con più ossequio certamente, che non lo facevano in quei tempi ai loro generali. Il 7 settembre I860! E chi dei figli di Partenope non ricorderà il gloriosissimo giorno? Il 7 settembre cadeva l´abborrita dinastia che un grande statista inglese avea chiamato “Maledizione di Dio”! e sorgeva sulle sue ruine la sovranità del popolo, che una sventurata fatalità fa sempre poco duratura….
Il 7 settembre un figlio del popolo, accompagnato da pochi suoi amici che si chiamavano aiutanti, entrava nella superba capitale dal focoso destriero acclamato e sorretto dai cinquecentomila abitatori, la cui fervida ed irresistibile volontà, paralizzando un esercito intiero, li spingeva alla demolizione di una tirannide, all´emancipazione dei sacri loro diritti; quella scossa avrebbe potuto muovere l´intiera Italia, e portarla sulla via del dovere, quel ruggito basterebbe a far mansueti i reggitori insaziabili, ed a rovesciarli nella polve!…

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