Non tutti sanno che l’illustre pittore fiorentino dipinse a Napoli la Chiesa di Santa Chiara e alcune stanze del Maschio Angioino, considerate, per secoli, tra le maggiori opere della sua maturità artisticaOgni volta che si pensa a Giotto vengono solitamente in mente le opere più famose dell’artista, generalmente quelle di Assisi, Firenze e Padova. Eppure l’attività artistica del pittore fiorentino fu caratterizzata da una quantità davvero considerevole di lavori. Si può dire, infatti, che l’artista lasciò, in tutta Italia, se non addirittura in tutta Europa, un’ingente eredità di capolavori d’arte. Anche Napoli fu tra le tappe dell’indiscusso genio fiorentino. Il soggiorno di Giotto a Napoli, tuttavia, rimane, nonostante le opere in merito, un “questione” in gran parte ancora irrisolta.Risulta difficile, in effetti, far luce su questa “fase napoletana” del pittore, poiché la perdita delle sue opere partenopee, andate distrutte tra il XV e XVII secolo, ha limitato la ricerca critica esclusivamente allo studio delle fonti, spesso incerte e contraddittorie, e all’analisi dei pochi, radi frammenti d’affreschi superstiti, ritrovati solo recentemente nei cantieri giotteschi di Castel Nuovo e Santa Chiara. Ad ogni modo, è stato possibile agli studiosi ricostruire un quadro generale di quello che dovette essere un momento interessantissimo della vita e dell’attività artistica di Giotto. Napoli, infatti, fu per il pittore un punto fondamentale della sua carriera artistica che garantì allo stile giottesco una diffusione ed un successo internazionale.Proprio l’apertura della corte angioina sul panorama europeo dell’epoca fu uno dei fattori che maggiormente contribuirono allo sviluppo di quella “nuova arte” che, ben presto, creerà i presupposti per l’avvento della grande stagione rinascimentale. Difatti, tramite lo scambio culturale ed artistico tra Napoli e la Provenza, entrambe soggette a quel tempo alla dominazione angioina, la corrente giottesca, già ampiamente sviluppatasi in Italia, viene importata in Francia. Per quanto fortemente voluto da re Roberto e dalla regina Sancia, anzitutto per la decorazione della chiesa francescana di Santa Chiara, appare evidente il desiderio di Giotto di lavorare, come avrebbe detto Vasari, per “un re tanto lodato e famoso”. Il suo soggiorno a Napoli, infatti, fu programmato per diversi anni, forse anche più di quelli che effettivamente trascorse nel capoluogo campano.Il fatto poi che il pittore entri subito in perfetta sintonia con l’ambiente della corte napoletana, tanto da meritarsi, dopo poco più di un anno, il titolo di “familiare” del re, non può passare inosservato. È probabile che il pittore, ormai sessantenne, volesse chiudere la sua fortunatissima carriera artistica proprio nella città partenopea. Lo confermerebbe anche la notizia dell’apertura, per ordine del sovrano, di una bottega dell’artista a Napoli.Qui, presso la corte, Giotto dovette godere, oltre che di una fama straordinaria, della presenza di una “colonia”, così come la definisce Pierluigi Leone de Castris, di illustri fiorentini, che certo sollecitava le tendenze proto-umanistiche del maestro toscano. Proprio le analisi sul periodo napoletano rivelano, inoltre, un inedito ultimo Giotto, “laico” e “cortese”, che, abbandonate le inclinazioni francescane, da tempo ritenute la caratteristica peculiare dell’arte del pittore toscano, mostra, nella cerchia d’intellettuali di Roberto, il suo carattere più filosofico.Gli affreschi “profani” degli Uomini Illustri nella Sala Maior di Castel Nuovo, incredibilmente avveniristici, sono, infatti, la colta espressione di un uomo che, al pari di Boccaccio e Petrarca, anch’essi a Napoli, già si dimostrava proiettato verso l’Umanesimo. In quest’ambiente raffinatissimo, dominato dall’élite culturale della corte napoletana, Giotto trovò, dunque, stimolo e approvazione.Dai resti della Cappella Palatina in Castel Nuovo e del Coro delle Monache in Santa Chiara è evidente, tra l’altro, che la ricerca plastica e luminosa della bottega del maestro aveva ormai raggiunto risultati straordinari. Impossibile immaginare quali meravigliosi capolavori Giotto lasciasse a Napoli, ma certamente essi furono opera di un artista “cambiato”, definitivamente cosciente delle proprie capacità e per la prima volta impegnato, oltre che su quello religioso, sul “fronte laico” della propaganda politica. “Del resto, per come abbiamo imparato a conoscerlo”, scriveva Previtali, “è poco probabile che Giotto sia rimasto, in cinque anni di soggiorno napoletano, sempre eguale a se stesso; anche se, in assenza delle opere, è ovviamente rischioso, se pure in linea di principio non impossibile, avventurarsi a ricostruirne l’itinerario stilistico”.
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