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La ricerca di un modello 

E’ capace la scuola di leggere ed affrontare i bisogni formativi degli alunni del proprio territorio? E’ stata curata la personalizzazione per raggiungere l’eccellenza e sviluppare al massimo le potenzialità individuali? Le risorse umane, finanziarie e tecnologiche sono state usate in modo razionale ? E’ cresciuta la cultura pedagogica e didattica della scuola in direzione di un nuovo umanesimo capace di affrontare la complessità del post-moderno? Si ha una corretta visione d’insieme dei processi attivati nella scuola attraverso una organizzazione efficiente ed efficace?

Stranamente in piena epoca di globalizzazione e di società liquida ( Baumann), cresce la voglia di legami sociali autentici e di comunità. Ma, per navigare in questo mare di incertezza, bisogna ricordare l’insegnamento di E. Morin:” Si dovrebbero insegnare i principi di strategia che permettano di affrontare i rischi, l’inatteso, l’incerto e di modificarne l’evoluzione…”

Il primo rischio è quello dell’omologazione culturale. Come conciliare, allora, l’unità e le diversità, la libertà degli interessi, il peso delle offerte formative tra esplosione delle domande individuali e voglia di comunità come bisogno di costruire una identità collettiva? Possiamo immaginare una diversa globalizzazione di unità nelle diversità in modo da salvaguardare fantasia, molteplicità, pluralismo, identità diverse che si donano reciprocamente per una ricchezza complessiva nella fraternità universale.

Il secondo rischio è quello di considerare la crisi della scuola risolvibile esclusivamente con l’introduzione dei metodi della Qualità totale. Senza creatività e tensione educativa sarà difficile infatti, avvicinare la realtà al disegno di un futuro desiderato. Una leadership visionaria e stile- coach è più appropriata rispetto a quella del battistrada fornito solo di strumenti manageriali. E’ l’intelligenza emotiva di Goleman il vero fattore di qualità dentro una istituzione-comunità educante.

Dalla vision alla mission: senza visione non c’è tensione creativa, non c’è motivazione intrinseca al cambiamento. La capacità di offrire prestazioni pienamente corrispondenti ai bisogni ed alle attese degli utenti del territorio sarà la risposta di una scuola ricca di professionisti preparati e valorizzati.

Per  Mounier , quattro sono le dimensioni dell’agire: il fare come espressione dell’efficacia, l’agire come segno di autenticità, l’azione contemplativa come ricerca di perfezione e di universalità, l’azione comunitaria come attività più complessa, che si incarna in una comunità di lavoro. Oggi ci troviamo in questo bivio: soddisfare le esigenze immediate di un astratto cliente attraverso un’azione puramente efficiente o progettare, governare, educare, organizzare e pianificare nell’ottica di una pedagogia per la persona proiettata verso un futuro di bene comune.

Se la scuola è una “comunità educante”, cioè una comunità in cui coesistono più soggetti (nella fattispecie: scuola intesa come docenti e apparato organizzativo, studenti e famiglie) che perseguono la medesima finalità educativa nei rispettivi ruoli, è necessario che ognuno agisca conformemente ad essi in armonia e nel rispetto di regole condivise. L’autonomia richiama fortemente i principi di responsabilità e l’art. 21 citato li definisce con precisione. La scuola è appunto chiamata a “rendere conto” delle proprie scelte e della efficacia della propria azione operativa ed è chiamata a garantire un certo livello di qualità del servizio erogato

Una scuola “autoreferenziale” è appunto quella che  non “si lascia osservare, misurare e controllare”, tuttavia oggi tutta l’attività della pubblica amministrazione è caratterizzata dai caratteri di “trasparenza” codificati all’interno della L. 241/90. Prima di essa si riteneva che l’utenza vantasse certo  “un diritto alla prestazione, ma gli standard qualitativi di quest’ultima venivano definiti da norme interne” stabilite dall’amministrazione stessa. Oggi invece un pubblico servizio deve poter rispondere sempre alla domanda dell’utenza rispettando adeguati livelli di qualità.

Tra gli “strumenti di verifica e valutazione della propria progettualità” che il nostro istituto ha inteso adottare vi è quello di sottoporsi alla certificazione delle competenze informatiche attraverso l’ECDL (European Computer Driving Licence) e delle competenze linguistiche attraverso il Trinity (Trinity College London è un Examinations Board (Ente Certificatore) britannico).

La certificazione è una procedura con la quale una parte terza (cioè indipendente sia dal fornitore che dall’utilizzatore) dà assicurazione scritta che un prodotto, un servizio, un processo, un sistema di gestione è conforme ai requisiti specificati in una norma”. Quando si parla di “norma” non ci si riferisce ad una “legge” cogente ma ad una “specificazione tecnica approvata da un organismo riconosciuto per attività normativa” “elaborata da esperti” per specifiche esigenze dei produttori-fornitori-utilizzatori. Si effettuano certificazioni di prodotti o servizi, del personale, e del sistema qualità. Essa, tranne in alcuni casi in cui è resa obbligatoria dalla legge (ad es. l’UE la richiede per alcuni prodotti che possono essere pericolosi), è facoltativa.

Per quanto appaia strano anche l’”azienda scuola” fornisce un “servizio”, nella fattispecie un servizio formativo, di cui sono beneficiari gli studenti e le famiglie le cui esigenze la scuola dell’autonomia è chiamata a soddisfare.

Il “controllo” della qualità presuppone necessariamente un’”attività di misurazione” e quindi l’identificazione di “indicatori”, di “obiettivi quantitativamente misurabili” (inseriti eventualmente in “liste di controllo”) nonché di “valutatori” per verificare la conformità del servizio a predeterminati standard.

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