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foto del mese: gennaio 2019

Giuseppe Navarra “Maria Cristina di Savoia” (1830) olio su tela-Real Palazzo di Napoli

La mostra “Depositi di Capodimonte. Storie ancora da scrivere” espone dal 21 dicembre 2018 al 15 maggio 2019 centinaia di opere (dipinti, statue, arazzi, porcellane, armi, e oggetti di arti decorative) provenienti da cinque depositi di Capodimonte.  I depositi, considerati  ambienti chiusi, polverosi, custodi impenetrabili di tesori nascosti e ignorati, in realtà sono, il luogo originato da scelte umane, identificano un’epoca e, attraverso la selezione delle opere fatte dagli uomini, rendono possibile rintracciare gusto,  ragione storico artistica ed esigenza conservativa. La mostra Depositi di Capodimonte. Storie ancora da scrivere (21 dicembre 2018 – 15 maggio 2019), organizzata dal Museo insieme alla casa editrice Electa, è il secondo capitolo di una trilogia di esposizioni (la prima è stata Carta Bianca. Capodimonte Imaginaire (12 dicembre 2017 all’11 novembre 2018) e la terza ci sarà nel 2019 con C’era una volta Napoli. Storia di una grande bellezza), intende sfidare il principio costitutivo del museo, proponendolo non più come entità statica e immobile,  ma come luogo di libertà, di creatività, di potenziale espressivo.

Per il direttore del Museo di Capodimonte, Sylvain Bellenger, «Il Museo con questa iniziativa prosegue il suo lavoro di riflessione su ruolo dei Musei (già “Carta Bianca. Capodimonte Imaginaire” nel 2017 nasceva con intento “provocatorio” rispetto al principio costitutivo del museo – non più entità statica e immobile, ma luogo di libertà e di creatività’’). Torna un anno dopo a occuparsi di collezioni e depositi, un tema con il quale i musei (almeno quelli europei) sono costretti a confrontarsi da sempre e che ha visto le istituzioni in cerca di sempre nuove idee di valorizzazione. Capodimonte con questa mostra, organizzata dal Museo insieme alla casa editrice Electa, ha fatto uscire dai 5 depositi di Capodimonte (Palazzotto, Farnesiano, 131, 85 e GDS), 1.220 opere tra pittura, scultura, arti decorative, arazzi, armi… per dare un’idea della ricchezza e della varietà delle opere conservate nella Reggia. A giugno 2019, infine, ci sarà una terza mostra C’era una Napoli. Storia di una grande bellezza (14 giugno 2019-15 aprile 2020) che dimostrerà, con 1.000 oggetti, che oltre ad essere ricerca storica, una mostra è anche uno spettacolo».
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             Kees Terlouw Rotterdam 1890 – 1948 Canale Olanda Olio su tela

Per il direttore del Museo di Capodimonte, Sylvain Bellenger «L’intento dei curatori non è stato quello di “svelare tesori nascosti” – che pure ci sono! – ma aprire una riflessione sul ruolo dei depositi oggi. Non a caso, il catalogo uscirà a fine mostra e dopo un simposio internazionale tra esperti sul tema che raccoglierà le “storie ancora non scritte” dei nostri depositi. Esitazioni di attribuzione o datazione, dimensioni, fragilità e stato conservativo delle opere, ragioni di gusto e altro sono tutti fattori che incidono sulla scelta di ciò che è esposto e ciò che non lo è. Eppure il deposito è il luogo in cui l’attività di un museo è più intensa: qui nascono gli allestimenti, le mostre, gli approfondimenti scientifici degli studiosi, ed è grazie ai depositi che si consolida, con i prestiti internazionali, l’autorevolezza di un museo. Non è un caso che sempre più spesso si cerchi di renderli fruibili. Anche questa mostra è frutto di una selezione, dettata, per lo più, da ragioni legate ai limiti degli spazi espositivi (10 sale), allo stato conservativo delle opere e alla loro qualità, ma il numero elevatissimo di dipinti, sculture e oggetti presentati evidenzia l’intento principale: mostrare al pubblico quante più opere è possibile e, soprattutto, quelle poco o per nulla conosciute che, forse, sorprenderanno visitatori, connaisseurs, studiosi stimolando dibattiti, riflessioni, nuove proposte attributive. In mostra ci sono tele di Annibale Carracci, Mattia Preti, Salvator Rosa, Guido Reni, insieme a porcellane di Meissen e della Manifattura Richard Ginori. Tra tra le tante opere vorrei segnalare anche una curiosità: il gruppo di armi provenienti dalle prime esplorazioni in Oceania dal Capitano Cook e donati da lord Hamilton, ambasciatore inglese alla corte di Napoli a Ferdinando IV». 

               Manifattura di Meissen, La Belle Chocolatiere de Vienne

Cesare Biasini Selvaggi in una intervista al direttore Sylvain Bellenger chiede “Contestualmente agli interventi di restauro realizzati per la mostra “Depositi di Capodimonte”, sono stati effettuati anche altri ripristini sulla collezione permanente; dalla sostituzione della cornice per “La Flagellazione” di Caravaggio, alla nuova illuminazione dell’Appartamento Reale, fino alla riapertura degli spazi della Collezione Mario De Ciccio. Ce ne può parlare?”
«È vero: stiamo lavorando intensamente su più fronti cercando di rendere fruibile il massimo patrimonio storico artistico qui conservato. Abbiamo cominciato nella primavera 2018 riaprendo l’Armeria Farnesiana e Borbonica, e proseguiamo con la collezione di Mario De Ciccio. Donata allo Stato italiano nel 1958, è costituita da 1.300 pezzi, soprattutto oggetti d’arte applicata di differenti epoche e tipologia, raccolti dal collezionista nell’arco di oltre 50 anni prima a Palermo, sua città natale, poi a Napoli, sua patria d’adozione dal 1906, ed anche sui più quotati mercati d’arte internazionale. Il pubblico potrà ammirare galanterie, vetri, bronzetti, avori e smalti medioevali, paramenti sacri, tessuti e ricami, argenti di uso liturgico, bronzetti, ceroplastiche, pastori siciliani, una importante selezione di oggetti archeologici e uno sceltissimo gruppo di maioliche e di porcellane. Abbiamo restaurato i lampadari dell’Appartamento reale dotandoli anche di nuova illuminazione. Infine, presenteremo la celebre “Flagellazione” di Caravaggio, esposta al Museo di Capodimonte da molti decenni, con una cornice coeva. La preziosa cornice è realizzata a intaglio con motivi fitomorfi e presenta una tecnica di doratura “a guazzo” sugli elementi in rilievo e una doratura “a missione” sui fondi da cui emergono i motivi decorativi. È un importante manufatto realizzato a Napoli negli stessi anni in cui Caravaggio dipingeva la “Flagellazione” per Tommaso de Franchis; il restauro effettuato costituisce un rilevante recupero di un’opera conservata nei depositi, possibile grazie al contributo del FEC (Fondo Edifici Culto – Ministero degli Interni)».
E ancora “Il Museo di Capodimonte ha avviato la costituzione della prima Scuola di digitalizzazione dei beni culturali e paesaggistici d’Italia, in collaborazione con l’Università Federico II. Come si sta svolgendo questo incontro con le attualissime tecnologie dell’informazione?”
«La storia dell’arte è sempre stata legata alla fotografia e le immagini ad alta definizione rappresentano una rivoluzione nella disciplina. Comodamente collegati al proprio computer si possono osservare dettagli iconografici, segni e pennellate, consistenze materiche, estendendo le possibilità visive dell’occhio umano. Per questi motivi il Museo di Capodimonte ha avviato, con la mostra “Depositi”, un progetto scientifico in collaborazione con la Regione Campania e il Mibac, finalizzato alla digitalizzazione progressiva dell’intero patrimonio storico artistico, con bibliografie articolate per facilitare le ricerche degli studiosi di tutto il mondo. Con l’Università Federico II di Napoli, nell’edificio settecentesco detto Colletta e inglobato nel Bosco di Capodimonte, il museo ha avviato la costituzione della prima Scuola di digitalizzazione dei beni culturali e paesaggistici d’Italia. Per diffondere l’accesso all’arte a un pubblico più vasto è stata attivata, dall’estate del 2018, la campagna Google, con l’immissione di oltre 500 capolavori del Museo di Capodimonte (di cui 200 sono stati fotografati con la tecnica di ultima generazione “Art camera”) sulla piattaforma dedicata Google Arts & Culture, offrendo la possibilità di visite virtuali a 360° delle sale del Museo e dei viali del parco. Qui il virtuale anticipa il reale, rende visibile ciò che è nascosto e quanto è esposto e cambia chi decide cosa evidenziare della Storia, che non è un fatto dato, ma deve essere rielaborata, scritta e riscritta».
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