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foto del mese: gennaio 2018

Pompei@Madre

Le capuzzelle di Rebecca Horn, riportano in superficie il culto degli antenati (Lares e Penates) e la memoria dei defunti (sepulcra)

The (Really) Old and New Meet in Naples  (Realmente Antico e Moderno si incontrano a Napoli). Così scrive Jason Horowitz il 3 gennaio 2018 nella sezione Art & Design del  Risultati immagini per The New York Times a proposito del progetto espositivo Pompei @Madre in mostra dal 19.11.17 — 24.09.18 nel museo regionale campano d’arte contemporanea. Questa esposizione intende studiare le possibili, molteplici relazioni fra patrimonio archeologico e ricerca artistica, proponendo un dialogo fra straordinari ma poco conosciuti e raramente esposti materiali archeologici, tutti di provenienza pompeiana, e opere d’arte moderna e contemporanea.

 Per Massimo Osanna e  Andrea Villani l’archeologia (dal greco ἀρχαιολογία: ἀρχαῖος, “antico”, λόγος, “studio”) è una ricerca sulle civiltà antiche attraverso lo scavo, la conservazione, la catalogazione, la documentazione e l’analisi di reperti,  posti in relazione all’ambiente del loro reperimento ,  quali architetture, opere d’arte, manufatti d’uso comune, resti organici e inorganici. Il fatto stesso però che l’archeologia debba, per recuperare il passato, agire nel presente – secondo un processo aperto all’intuizione, all’interpretazione, alla sperimentazione, all’invenzione – e la natura frammentaria degli oggetti di studio archeologici – che obbliga a un utilizzo integrato di più discipline per ricomporre la frammentarietà in un’unità ipotetica – rendono la “materia archeologica” una disciplina potenzialmente anche contemporanea.  L’ approccio multidisciplinare necessario per tale ricerca deve necessariamente ridefinire le proprie metodologie, gli strumenti di indagine, i giudizi, e il concetto stesso di “tempo”, “spazio”, “storia” e “realtà”.  L’accostamento fra archeologia e contemporaneità permette di rivelare ed esplorare la materialità dei reperti archeologici nel loro stato di conservazione attuale: ovvero l’intima fragilità, la natura effimera e il destino di ogni opera d’arte, di ogni civiltà e di ogni cultura (e quindi della storia umana stessa). Destinate non solo ad essere sostituite da nuove opere, civiltà e culture ma a confrontarsi con la loro origine e con la loro destinazione naturali. Sotto la loro temporanea pelle estetica le sculture, i mosaici, gli affreschi provenienti da Pompei presenti in mostra suggeriscono i contorni mobili di una rigenerazione permanente: prima di divenire oggetti artistici ognuna di queste sculture, mosaici o affreschi è stata una “materia naturale”, pietre o polveri di colore tratte da conchiglie, frutti, radici o fonti minerali. In sintesi potremmo dire che Pompei rappresenta un laboratorio straordinario, in cui il tempo, per secoli, si è fermato restituendoci frammenti che sono indizi di una civiltà scomparsa: una vera e propria macchina del tempo che, riconsegnandoci la storia di innumerevoli materie immerse nel flusso del tempo storico e naturale, sfuma la differenza fra passato e presente, natura e cultura, vita e morte, distruzione e ricostruzione.

Il percorso espositivo ha inizio nell’atrio di ingresso e al primo piano del MADRE, che ospita le collezioni storiche  del museo, con Pompei@Madre. Materia Archeologica: Le Collezioni. L’accostamento con le opere e i manufatti provenienti da Pompei rimette in prospettiva le opere della collezione site-specific di Palazzo Donnaregina, trasformandola per un intero anno in una vera e propria domus contemporanea. A partire dall’ingresso di Daniel Buren (Axer-Désaxer, 2015) – vestibulumatrium peristilium mosso dal suo stesso asse interno fino a dialogare con la strada all’esterno – dove dietro a un’antica porta d’ingresso compaiono elementi quali gli estremi di un tavolo, una cassaforte e una cista.

    L’atrio del Madre di Napoli, progettato da Daniel Buren. con manufatti di Pompei.

Il percorso di mostra continua nelle sale monografiche del primo piano, con cui il museo MADRE inaugurò le sue attività nel 2005: l’epigrafe di Domenico Bianchi sullo scalone destro si confronta con epigrafi scritte in latino, come se fossero “storie nella Storia”; la sala affrescata e decorata di maioliche di Francesco Clemente diviene fulcro della domus, ovvero tablinum e triclinium, sala di rappresentanza del dominus e sala dei ricevimenti e dei banchetti.  La volta celeste di Luciano Fabro, con le sue stelle e le sue mitologie, riporta a una relazione con la dimensione astrale, con ciò che nel cielo risiede e che dal cielo può cadere, per manifestarsi sulla terra, apparizione inusitata del profilo di un compluvium che si specchia in un impluvium; tutto il tema del viaggio di Jannis Kounellis sembra riverberarsi in un mosaico pavimentale gremito di creature marine che, circondando una grande ancora.  Il rapporto fra figurazione e astrazione proprio delle decorazioni ambientali pompeiane si espande nelle sale di Sol LeWitt e Jeff Koons, pitture parietali e decorazioni scultoree echeggiano nelle sale di Giulio Paolini e Richard Serra. La sala cosparsa di fango di Richard Long suggerisce la necessità quotidiana di un rapporto con la materia viva di una cucina (culina),  ci sono poi le capuzzelle di Rebecca Horn, che richiama il culto degli antenati che si approfondisce ulteriormente nella dimensione sotterranea di tutte quelle divinità generalmente femminili, legate ai culti di dei sotterranei e personificazione di forze sismiche o vulcaniche nel buco nero nel pavimento di Anish Kapoor. In questa sequenza di camere (oeci), la sala di Mimmo Paladino sembra ospitare, infine, il sonno di un cubiculum: dove giace, in un immoto fremito, il calco di due dei tanti “dormienti” – un padre con il suo bambino – dell’antica Pompei.

Pompei@Madre_Sala Paladino

Sala Mimmo Paladino con calco in gesso di un uomo e un bambino proveniente da Pompei

La mostra continua al terzo piano del museo MADRE, con Pompei@Madre. Materia Archeologica.

(Liberamente tratto da: http://www.madrenapoli.it/mostre/pompeimadre-materia-archeologica-le-collezioni/)

Cliccare sull’immagine per essere indirizzati all’articolo del The New York Times del 3 gennaio 2018.

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