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foto del mese: maggio 2016

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Carlo, duca di Parma, Giovanni Maria delle Piane (detto il Molinaretto), 1732, Palazzo Reale di Madrid

Carlo di Borbone, figlio di Filippo V Re di Spagna e di Elisabetta Farnese, dall’età di quattordici anni è Duca di Parma e Piacenza con il nome di Carlo I , e a diciotto anni viene inviato a conquistare il regno di Napoli con un esercito di quarantamila uomini. Il 10 maggio 1734 entrò trionfante nella città di Napoli rendendola capitale di uno Stato tornato ad essere sovrano e indipendente, che sarà prosperoso e regalerà al mondo intero grandissimi capolavori.

Alla testa di un’armata franco-spagnola, cui si erano unite le truppe napoletane, Carlo sconfisse il 26 maggio dello stesso anno gli Austriaci a Bitonto. Non ancora ventenne, conquistò quindi i troni di Napoli e di Sicilia e restituì ai due regni la piena indipendenza: il 3 luglio del 1735 fu incoronato nella cattedrale di Palermo re di entrambe (utriusque) le Sicilie.
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Medaglia del 1735 in argento coniata a Palermo per l’incoronazione di Carlo  nel Duomo di Palermo.

Nel 1735, ebbero inizio le trattative di pace, che si conclusero nel dicembre 1738 con il trattato di Vienna, in base al quale gli Austriaci rinunziarono ufficialmente a Napoli e Sicilia. L’eredità lasciata dagli austriaci era pesante: la popolazione era allo stremo oberata da tasse e balzelli che avevano superato a dismisura quelli degli scorsi vicereami spagnoli; la corruzione era dilagante ed i baroni feudali esercitavano un potere arrogante e soffocante sul contado ridotto in un’insostenibile condizione di schiavitù e miseria. Il giovane re, operando radicali riforme ed un’equa ripartizione del patrimonio fondiario nazionale attraverso la ripartizione delle terre in usi civici, seppe sapientemente risollevare l’economia del Regno delle Due Sicilie che nel giro di un decennio raggiunse i livelli economici dell’Inghilterra e della Francia.

All’avvento di Carlo di Borbone, Napoli era sovrappopolata e si sosteneva grazie alla presenza degli uffici governativi. Così, Napoli sottraeva risorse al resto del Regno: il mantenimento della capitale, la più popolosa d’Europa dopo Parigi, immiseriva soprattutto le province, ed i contadini erano spesso costretti a emigrare nella metropoli, aumentandone la massa di diseredati. Il Regno di Napoli mancava quasi completamente di strade, osteggiate in passato perché ritenute pericolose in caso di invasione turca. In questo contesto, l’azione del giovane Carlo di Borbone fu decisamente volta sia a generare lavoro e benessere, sia a favorire il ripopolamento delle campagne e degli hinterland s. Carlo aveva coraggio e spirito innovativo, doti che gli resero ben presto un posto di spicco nel piatto mondo del ‘700. Impressionante fu l’opera di ricostruzione di interi quartieri obsoleti, di realizzazione di ospedali, chiese, giardini, di magnifici palazzi. Si pensi al Teatro di San Carlo, alla Reggia di Caserta, alla Reggia di Capodimonte, dove nel 1743 nel grandioso parco nacque la celebre fabbrica di porcellane. Diede poi vita al Museo Borbonico e relativa galleria, ecc.

Critiche riduttive, se non ingenerose, hanno in passato tentato di ridimensionare, in omaggio ai Savoia, la figura di questo monarca, puntando il dito sulla eccessiva magnificenza ed onerosità dei palazzi reali di Portici e di Capodimonte, e della superba reggia di Caserta, affidata al genio di Vanvitelli. Re Carlo è stato anche tacciato di paternalismo per le sue iniziative a favore del popolo. Ad un’analisi un po’ meno grossolana non può sfuggire il merito principale del re, che fu quello di riuscire a produrre con la sua azione energica, ma allo stesso tempo raffinata, un periodo di crescita e sviluppo che resta memorabile nella storia del sud. Il giovane re in tal modo si discostò da tutte le politiche economiche dell’epoca, dimostrandosi un vero e proprio precursore, utilizzando efficacemente il pubblico denaro per opere che crearono lavoro, occupazione, incremento della domanda che, a loro volta, rimisero virtuosamente in moto l’economia. Ma Carlo fece anche di più: portò il Regno ai primi posti del mondo dell’epoca per dinamismo e trasformazione, per ricchezza e varietà delle arti e della cultura in generale. Napoli in particolare, ma anche le tantissime altre città d’arte del Meridione, divennero meta obbligata dei viaggiatori, che trovarono un Paese in rapido ed armonico progresso, tanto che lo stesso Goethe espresse ammirazione per “gli operosi napoletani”.

Meno conosciuta, ma altrettanto importante, è la profonda riforma dello Stato, a cui proprio Carlo aveva restituito l’indipendenza, da lui attuata con la collaborazione del valente ministro Tanucci: lo Stato feudale, dagli innumerevoli conventi, con una profusione di privilegi nobiliari, civici e religiosi, fu oggetto di una continua e decisa azione riformatrice. Furono raggiunti importanti risultati, con la soppressione di molti abusi e la possibilità per i contadini di cominciare ad affrancarsi dalla tirannia dei baroni, e di poter raccogliere e seminare nei terreni demaniali. Carlo concepì anche il piano per decongestionare la capitale, valorizzando dell’hinterland con la costruzione di strade ed edifici. I lavori promossi da Carlo furono così importanti e numerosi, da generare un impulso virtuoso per tutta l’economia del Regno, che veniva da anni di profonda sudditanza e stagnazione. Vanno altresì ricordate le sue opere pubbliche, per la modernizzazione delle infrastrutture, come strade e acquedotti, o economiche, come i Granili ed il Foro, o sociali, come l’Albergo dei Poveri, che poteva ospitare i cittadini economicamente non autosufficienti.

Per quanto si oggi possa pensare, l’Albergo dei Poveri rappresentò all’epoca un’opera rivoluzionaria: “un’idea bizzarra”, scrive Antonio Ghirelli nella sua Storia di Napoli, “che rispecchia in modo emblematico la paternalistica, ma generosa, preoccupazione di Carlo per la felicità del suo popolo”. Ben più positivo fu il giudizio di Giambattista Vico, il grande filosofo napoletano dei “corsi e ricorsi storici”, secondo il quale Carlo di Borbone incarnava la figura del sovrano ideale in una moderna “monarchia civile”.

L’opera di Carlo fu talmente intensa da guadagnarsi la stima degli intellettuali e degli illuministi napoletani, ma fu interrotta prematuramente: la morte del fratello Ferdinando Vi in Spagna lo chiamò infatti nel 1759 ad assumere la corona di quel Paese, dove divenne Carlo III. Dopo aver rifatto Napoli, rifece anche Madrid: le grandi strade, i parchi, i monumenti che ancora oggi ammiriamo nella capitale spagnola, sono in gran parte merito di Carlo. Prima di partire volle riconfermare per sempre l’indipendenza dei Regni di Sicilia e Napoli con la Pragmatica Sanzione.

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Antonio Joli, Partenza di Carlo di Borbone per la Spagna, Napoli, Museo di S.Martino

Il Settecento borbonico nel Regno di Napoli

 

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